Costume

Grillo la mafia l’ha vista solo al cinema

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Le parole pronunciate da Grillo sulla mafia non devono sorprendere.
Vale, invece, la pena riportarle per comprenderne senso e portata: “La mafia è stata corrotta dalla finanza, la mafia non metteva bombe nei musei o uccideva i bambini nell’acido, prima aveva una sua condotta morale…“.
Lo dico subito, non son parole di sen sfuggite, ma una provocazione studiata e calcolata, come tutte quelle che caratterizzano il cianciare del nostro.
Insomma, Grillo ha detto che la mafia aveva prima una “condotta morale” perché ne è davvero convinto e perché pensa che molti la pensano come lui.
Siamo di fronte alla riproduzione populista di un tema che ha avuto ed ha una certa diffusione, l’idea cioè di una mafia regolatrice, garante di certe regole, sia pure violente, ma in fondo ispirate ad una forma di etica ancestrale.
Questa rappresentazione della mafia (o meglio delle mafie) violenta e terribile, ma in fondo animata da un qualche senso di giustizia che viene rovinata dagli interessi più grossi (ricordiamo, ad esempio, che il conflitto ne “Il Padrino” si scatena per il rifiuto del vecchio boss ad entrare nel mercato della droga), emerge ancora oggi in alcune rappresentazioni cinetelevisive o letterarie.
Si tratta niente di più che di pura paccottiglia culturale e, per di più anche diseducativa, visto che alimentano l’idea di una criminalità in fondo “positiva”, di uomini che non vogliono essere “pupi” ma che si affermano con intelligenza e determinazione e magari solo “costretti” alla violenza.
Quello che sfugge a Grillo ed a tanti che la mafia l’hanno vista solo al cinema ed alla TV, è la sua vera natura, che è stata, nonostante le evoluzioni, sempre la stessa: una organizzazione che tende ad accumulare ricchezza e potere ai danni dei più deboli con l’uso della coercizione morale e della violenza fisica.
Sin dai tempi in cui vessava contadini e pastori in difesa degli interessi dei latifondisti, le mafie non sono mai state dalla parte del popolo, ma solo uno strumento della sua oppressione.
Oggi, come ieri, le mafie sono il principale ostacolo allo sviluppo, alla libertà individuale e di impresa, all’affermazione dei diritti. Sono, in una parola, le principali avversarie della democrazia.
Alla faccia della “condotta morale”.

 

CARI FIGLI

Genitori e figli

Cari figli,
vi prego, vi scongiuro, almeno in una cosa non crescete. Da piccoli, quando vi facevate male, chiamavate sempre la mamma o il papà.
Fatelo anche adesso quando il male di vivere vi prende, quando il dolore vi sembra insopportabile. Cercateci, chiedete.
Lo so bene. Spesso non siamo migliori di voi. Abbiamo solo più vissuto e più sofferto. Qualche parola, quindi, possiamo spenderla in vostro aiuto o almeno tentare di farlo.
Perché nessun dolore è davvero insopportabile o insuperabile, a parte quello della vostra assenza.

Tornare al “Cuore”.

De Amicis e Cuore

Ritrovare una identità della scuola italiana.

C’è un romanzo per ragazzi caduto in disuso già ai tempi della mia generazione ma che rappresenta una delle pietre miliari della nostra storia della letteratura e non solo per l’infanzia: Cuore di De Amicis.

Mi spinse a leggerlo mia zia, che lo aveva studiato a scuola.

Lo incontrai di nuovo durante i miei studi universitari nelle critiche anche feroci che gli venivano mosse.

Negli anni ’70 ed ’80, infatti, Cuore veniva presentato come un libro intriso di retorica patriottica, di sentimentalismo, di ideologia positivistica-lombrosiana, di classismo. Si diceva che non fosse neppure un libro adatto ai ragazzi, per la violenza ed i fatti tragici descritti in molte delle sue pagine.

Eppure quel libro è stato uno dei pochi tentativi, in una letteratura troppo spesso piena di vera retorica moralistica come la nostra, di dare sostanza culturale e ragione alla società italiana.

Certamente nell’Italia del 1886 i valori proposti non potevano non essere quelli borghesi, laici e genericamente progressisti della classe dirigente che aveva portato a termine l’unificazione.

Il tentativo, cioè, di dare agi italiani una coscienza civile, una cultura comune in cui potessero riconoscersi e che non poteva non realizzarsi se non attraverso la scuola, individuata come l’agenzia educativa fondamentale per realizzare l’altro grande obiettivo del Risorgimento, quello di “fare gli italiani”.

Del resto il problema della nazionalizzazione delle masse era comune a tutta l’Europa che nell’800 si affrancava definitivamente dai residui dell’ancien regime e gli Stati cessavano di identificarsi in dinastie con i loro diritti feudali e sviluppavano nuove e più rappresentative istituzioni.

In Italia si doveva anche fare i conti con la presenza invadente (e nei primi anni post-unitari anche ostile) della Chiesa cattolica che per più di un millennio era stata l’unico elemento unificante in un Paese diviso in tante entità statali spesso in conflitto tra loro e, a partire dal XVI secolo, anche subalterne alle dinamiche diplomatiche, politiche e militari delle grandi potenze europee.

L’opera di Edmondo De Amicis, che in Italia ebbe uno straordinario successo secondo soltanto al Pinocchio di Collodi, ha rappresentato pertanto un esplicito tentativo pedagogico per una società che si sapeva disomogenea se non addirittura disgregata attorno ad alcuni valori di riferimento: il re, l’esercito, l’etica del sacrificio e del lavoro, l’aspirazione alla collaborazione ed alla solidarietà tra le diverse classi sociali in nome dell’amor di patria, ecc..

Valori datati, si dirà e sui quali sono passati due guerre mondiali e vent’anni di una dittatura che la Patria la farà morire con la liquidazione delle libertà democratiche, le persecuzioni politiche e razziali e, infine, con una guerra rovinosa in alleanza con uno dei progetti totalitari più criminali della storia. Una Patria che solo la Resistenza riuscirà a risollevare nella coscienza degli italiani.

Il problema però, è che, se si escludono le grandi tensioni democratiche che hanno per fortuna interessato la nostra scuola a partire dagli anni ’60 grazie anche all’opera straordinaria di Don Milani e della scuola di Barbiana, da un po’ di anni a questa parte non c’è stato più nessun tentativo paragonabile a quello rappresentato quasi 130 anni fa dal Cuore.

La nostra scuola ha subito riforme e controriforme che l’hanno lasciata sostanzialmente senza identità.

Una scuola che soffre, del resto, del generale disorientamento di una società che ha perso punti di riferimento, in cui caste e corporazioni si contrappongono le une alle altre nel tentativo di preservare privilegi che diventano di giorno in giorno sempre più piccoli e ristretti.

Questo Paese non avrà futuro se non riusciremo a darci un sistema di valori condivisi entro cui riconoscerci ed una scuola capace di formare i giovani nella nuova dimensione della cittadinanza europea.

Fare, dunque, i nuovi italiani cittadini di una Europa senza re e senza eserciti nella speranza che da qualche parte ci sia un De Amicis che abbia cominciato a scrivere il “Cuore” degli anni 2000.

Esame di maturità: niente panico ragazzi !!!

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Anche domani esami di stato.

Rivedremo le scene di sempre, ragazze e ragazzi tesi nelle loro t-shirt e nei loro jeans, con le bottigliette d’acqua e le merende amorevolmente preparate dai loro genitori che presenzieranno davanti ai cancelli delle scuole in trepida attesa alla ricerca di un angolo d’ombra in attesa non si sa di che cosa.

Anche domani ci sarà il solito rito collettivo della ricerca del testo della prova, l’interrogarsi senza speranza sul modo come far arrivare o recuperare la “copia”, questa volta sotto forma da file da scaricare sullo smartphone…insomma dalla cartuccera ai PDF.

La tecnologia ha almeno alleviato le sofferenze dei poveri bidelli sottoposti a vere proprie torture ed a tentativi di corruzione che per tre giorni li facevano diventare più importanti di un ministro.

Scherzi a parte ci ritroveremo davanti uno scenario antico in cui si riproducono vecchi riti che ormai fanno parte del folklore e che in genere trascurano la circostanza che anche copiare è difficile e se uno è ciuccio non riuscirà a fare nemmeno quello.

Per questo ai ragazzi dico: domani niente panico.

Leggete bene le tracce e spremete le meningi costruendo scalette per ordinare logicamente il discorso.

Se scegliete l’articolo, il saggio breve o il tema cercate di evitare sia la ricerca dell’originalità a tutti i costi sia le banalità.

Insomma cercate di usare il cervello e di andare oltre le letture superficiali (si chiama lettura critica).

Una regola che dovrete seguire sempre e che nel nostro Belpaese sono in troppi a trascurare.

Siate dunque più maturi di tanti adulti.

Vedrete che andrà bene e come tutti noi ricorderete l’esame di stato come un momento importante ma alla fine non traumatico della vostra vita.

Su Caterina Simonsen si dovrebbe avere soltanto il buon gusto di tacere

Caterina Simonsen

Sul caso di Caterina Simonsen si possono dire tante cose e tutte possono essere inopportune o comunque inadeguate.

Una cosa è comunque certa; l’aggressione che questa ragazza di 25 anni ha subito per aver difeso, sulla base della tragica esperienza della sua vita di malata grave, la sperimentazione medica sugli animali, è vergognosa. Ma dico di più, lo sarebbe stata anche se non fosse stata ammalata e non avesse mostrato nei suoi video la cruda realtà degli effetti della sua malattia.

Per questo motivo sono convinto che la prima considerazione da fare sia proprio la denuncia del degrado che ormai investe lo stesso vivere civile in questo nostro Paese.

E’ mai possibile che non si riesca a discutere nelle forme dovute un qualsiasi argomento, esprimere le proprie opinioni ed ascoltare quelle degli altri senza abbandonarsi alle invettive e agli insulti ? E’ mai possibile che su ogni questione ci si debba dividere in tifoserie contrapposte, in guelfi e ghibellini facendo delle diverse posizioni dei veri e propri stendardi ideologici ?

E’ divenuto davvero insopportabile che, soprattutto dopo la diffusione dei social network, la cifra che si coglie in ogni discussione è quella violenta e aggressiva della prevaricazione e della negazione della stessa legittimità dell’altro, chiunque esso sia, qualunque cosa dica.

Sappiamo tutti che molti di questi comportamenti dipendono dal pessimo esempio che spesso propinano sui mass media i tanti esponenti della classe dirigente che hanno ridotto il nostro dibattito pubblico ad una versione degradata delle dispute da bar dello sport, ma non sarebbe ora di darci un taglio una volta per tutte ?

Io so solo che è difficile, per chi è malato o sta vicino ad un malato, non vivere ogni opportunità che la scienza medica offre, come una speranza. So anche che la stessa scienza, come tutti i prodotti umani, spesso si divide più sulla base delle convinzioni ideologiche di chi la produce che sugli effetti oggettivi delle sue scoperte. E  tuttavia compito di una classe dirigente, a tutti i livelli, è tentare di dare risposte a questi problemi, partendo dal principio della difesa ad ogni costo della vita umana e della sua dignità.

In fondo è ciò che Caterina ci ha chiesto con i suoi appelli, esprimendo fino in fondo la sua grande voglia di vivere. E francamente, di fronte alla lotta per la vita di una ragazza di 25 anni si dovrebbe avere soltanto il buon gusto di tacere e vedere come tutti possiamo fare qualcosa per salvarla.

Bastoniamo don Abbondio !!!

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Ne I promessi sposi un personaggio centrale è certamente il curato don Abbondio, quello che minacciato dai “bravi” di Don Rodrigo, si rifiuta di celebrare le nozze tra Renzo e Lucia e innesca il complesso processo narrativo del romanzo manzoniano.

Don Abbondio è un personaggio comico nel suo crudo realismo: un povero prete di campagna messo di fronte ad avvenimenti più grandi di lui e che reagisce nell’unico modo che conosce, fuggendo dalle proprie responsabilità.

Quelle responsabilità alle quali lo richiama il cardinale Federigo Borromeo e che però trovano il nostro assolutamente incapace di comprendere. Le parole appassionate del cardinale, infatti, non lo smuovono, prova anzi disappunto nel riconoscere nelle argomentazioni dell’alto prelato le stesse che, all’inizio della storia, aveva usato con lui l’umile Perpetua, ha voglia di scappare e pensa tra sé “che sant’uomo, ma che tormento” fino a sbottare nella famosa frase: “Il coraggio chi non ce l’ha non se lo può dare”.

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E’ questa frase che lo rende simpatico, quasi che Manzoni, da grande artista ci dica: si dovremmo prenderlo a bastonate a questa bestia, ma in fondo egli non può essere diverso da quello che è, un povero uomo piccolo piccolo, un ignavo di cui al massimo sorridere se non con comprensione almeno con indulgenza

E in verità il prete manzoniano le bastonate se le merita tutte: perché Don Abbondio è il classico debole con i forti e forte con i deboli. Si comprende questo aspetto del suo carattere quando la famosa notte in cui doveva celebrarsi il matrimonio a sorpresa, lo stratagemma con il quale lo strappano dal letto è la restituzione di un prestito, segno che il nostro era uso a prestar denaro ad interesse, un’attività tutt’altro che consona al suo ruolo di “pastore di anime”.

Don Abbondio nel momento cruciale sceglie la strada che gli sembra più semplice e non quella, certamente più difficile che pure Perpetua in tutta la sua umiltà, aveva saputo indicargli. Come tanti, come troppi.

Troppe volte chi dovrebbe prendersi le responsabilità,  piccole o grandi che siano, del proprio ruolo, fugge o ne scarica il peso sugli altri senza curarsi che i danni del suo comportamento finiranno per pagarli tutti.

Senza contare che spesso sono proprio questi “don Abbondio” a indossare la veste dei moralisti o, peggio, degli implacabili inquisitori dei mali della “serva Italia, di dolore ostello”, senza riflettere sul fatto che di don Abbondio ce ne stanno in tutte le categorie: imprenditori, professionisti, giornalisti, dirigenti, funzionari, semplici impiegati, insegnanti, politici, operai, ecc., nella gente che semplicemente non fa il proprio dovere.

Perché fare il proprio dovere non significa “fare gli eroi” (nemmeno a Don Abbondio si chiedeva questo) ma semplicemente assumersi le proprie responsabilità.

Ecco perché i tanti don Abbondio dei nostri tempi, quelli che spesso sollevano forche e forconi sempre contro gli altri, dovrebbero interrogarsi su quante bastonate loro stessi hanno già meritato di beccarsi sul groppone.

I veri riformisti

Grillini sul tetto di montecitorio

I parlamentari 5 stelle sono saliti sul tetto di Montecitorio per protestare contro le possibili riforme costituzionali. Singolare che chi ha preso i voti per cambiare tutto oggi protesti per non cambiare niente, neanche la legge elettorale. In realtà sono veri riformisti: dal momento che il Parlamento fa acqua da tutte le parti sono andati ad aggiustare le grondaie.

INNOVAZIONE NON NUOVISMO

il futuro del partito nelle mani dei giovani

State certi che se volete strappare unanime consenso anche in una discussione informale prendendo un caffè al bar è sufficiente una tirata sulla necessità di novità: in politica, in TV, nello sport, ecc..

Il nuovo è affascinante per tutti, persino per i conservatori.

D’altro canto, come diceva Catalano buonanima, è retorico chiedersi se è meglio mettere un vestito vecchio e rotto o un vestito nuovo e sano.

La questione è assai più complessa quando si declina il nuovo come categoria della politica, soprattutto in una società come la nostra che, nei fatti, chiude ai giovani ogni prospettiva e ogni opportunità.

Liberare la società italiana e consegnarla alle giovani generazioni rappresenta una vera e propria emergenza democratica ed è uno dei primi compiti della politica, soprattutto della politica di una forza democratica.

Il tema che, però, viene quasi sistematicamente eluso, una volta enunciata la necessità del nuovo e del rinnovamento è quello di come questo nuovo e questo rinnovamento debbano essere effettivamente costruiti.

Qui vediamo che ci si ferma, per incapacità o per calcolo doloso, alla semplice enunciazione, alla proclamazione retorica ed indignata.

In questi anni, invece di costruire per davvero il nuovo si è messa in piedi una insopportabile retorica del nuovo, un nuovo senza alcun pensiero dietro, spesso semplificato al puro dato anagrafico, in una parola si è semplicemente declinato il “nuovismo del vuoto spinto”.

Le ultime elezioni ci hanno consegnato, ad esempio, un forte svecchiamento del Parlamento, ma non mi pare che le cose, almeno finora, stiano andando meglio, anzi.

Assistiamo infatti allo spettacolo di bravi ragazzi che, è l’esempio del Movimento 5 Stelle, per settimane e settimane hanno discusso di scontrini e ricevute. Oppure, nel PD, a giovani deputati così permeabili agli umori di pancia della rete da non garantire al partito che li ha eletti un minimo di tenuta nei momenti cruciali delle prove parlamentari.

La verità è che il nuovo senza un progetto politico, senza una idea di società, senza modelli di riferimento che lo sostengano è destinato a soccombere e a provocare, questo il danno maggiore, un effetto di reazione conservatrice che si riaffida spesso, per insicurezza e per tutela, sotto le ali del peggiore del vecchio.

Vi siete chiesti, ad esempio, perché, nonostante tutta la retorica del nuovo di cui è disseminato il nostro dibattito pubblico i sondaggi danno in crescita un vecchietto di 77 anni e in politica da venti di nome Silvio Berlusconi ?

La rivoluzione francese, il ’68, i grandi movimenti di massa che hanno prodotto profondi cambiamenti nella storia furono prodotti da grandi idee di liberazione portate avanti da persone nuove, non soltanto giovani ma soprattutto giovani.

Perché per produrre cambiamento e innovazione ci vogliono nuove idee non idee nuove.

Fabrizio Barca e il “catoblepismo” calabrese

fabrizio Barca

Pubblicato su “Calabria Ora” del 12 maggio 2013

Alzi la mano chi conosce il significato del termine “catoblepismo”.

No, non preoccupatevi, credo che in Italia siano davvero in pochi, senza l’ausilio di Santa Wikipedia, a sapere che questa parola tanto astrusa significa “circolo vizioso”, rapporto distorto fra due soggetti di cui uno chiamato a controllare e l’altro ad essere controllato.

L’ex ministro Fabrizio Barca, oggi nelle vesti di nuovo commentatore del PD nel PD (categoria assai affollata di questi tempi) l’ha usata per definire la relazione distorta che è intervenuta spesso nel rapporto tra partiti e Stato.

Parola difficile usata nel contesto di ragionamenti colti, quelli che di solito animano il discorrere di Fabrizio Barca. Eppure qualcuno deve avergli consigliato di parlare un tantino più potabile e, infatti, nella sua visita in Calabria l’ex ministro ha sviluppato discorsi molto più chiari.

Ha detto, per esempio, che la Calabria è stata “mal governata anche dal centrosinistra”. Poi si è espresso con nettezza quando ha chiesto retoricamente riferendosi all’allagamento degli scavi di Sibari “dov’era il PD ?”.

Tutto condivisibile il discorrere di Barca salvo che nell’aver trascurato uno dei “catoblepismi” calabresi. Infatti, nei cinque anni di governo del centrosinistra in Calabria per tre anni la delega ai beni culturali (quindi competente sul parco archeologico di Sibari) è stata tenuta da uno dei suoi punti di riferimento calabresi, insieme alla vicepresidenza della Giunta regionale.

Senza trascurare il fatto che la personalità in questione fa parte di una scuola di economisti e maitre à penser che da anni ha costituito il centro di elaborazione e per lunghi periodi di gestione e direzione politica della programmazione dei fondi europei in Calabria, scuola di cui l’eminente prof. Fabrizio Barca è capofila.

Allora forse un tantino di prudenza maggiore sarebbe stata necessaria perché se saranno pochi i calabresi che conoscono il significato di “catoblepismo” certamente tutti conoscono la vecchia pratica del predicar bene e razzolare male di cui è pervasa non solo la politica ma anche l’intellighenzia prestata alla politica. E forse Fabrizio Barca la prossima volta farà bene a cambiare esempi per sostenere la sua “mobilitazione cognitiva”.

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