Gabriele Petrone
De Magistris e il sepolcro imbiancato…
In questi anni è stato perpetrato un vero e proprio inganno nei confronti di tanti cittadini onesti e desiderosi di vero cambiamento.
Questo inganno ha un nome e cognome, si chiama Luigi De Magistris. Con inchieste flop costate milioni di euro che pesano sulle tasche dei cittadini e basate su fantasiosi teoremi si è costruita l’immagine di giustiziere senza macchia e senza paura, il moralizzatore di una classe politica e imprenditoriale corrotta.
Centinaia di persone innocenti sono state trascinate sulla gogna mediatica, processi televisivi condotti dai campioni del giustizialismo mediatico Santoro e Travaglio hanno emesso sentenze e comminato condanne.
Altri giudici, dopo anni di fustigazione, hanno detto che in quanto era contenuto nelle accuse di De Magistris nulla era vero, nulla stava in piedi, non c’erano neanche i reati ed hanno restituito onore e dignità a tanti innocenti che, tuttavia, non saranno mai ripagati di quanto hanno sofferto (insulti, carriere stroncate, rovina economica, pubblico ludibrio, ecc.).
Intanto il nostro ha lasciato la magistratura e si è fatto eleggere al parlamento europeo sotto le insegne di Di Pietro con il voto di tanti che avevano creduto alla sua falsa immagine. Un imbroglio che diventa oggi ancora più palese quando il nostro utilizza l’immunità parlamentare di quella che lui chiama “casta” per sottrarsi ai processi per diffamazione di coloro che aveva ingiustamente accusato.
Lui non è casta, gli altri lo sono, lui ha mandato centinaia di persone sotto processo con accuse false ed oggi si sottrae ai processi utilizzando i privilegi della casta che tanto disprezza in pubblico.
Un sepolcro imbiancato, un vero e proprio inganno ai danni di coloro che avevano creduto in lui…
Quattro anni fa moriva Giulio Grandinetti…Il ricordo dei suoi ultimi giorni nella bufera della bufala “Why Not”.
Il 22 aprile del 2007, dopo una breve e micidiale malattia si spegneva Giulio Grandinetti. Imprenditore nel ramo assicurativo e dirigente politico sin dalla più tenera età nel PCI-PDS-DS, era stato anche amministratore delegato de “Il Quotidiano della Calabria”, contribuendo notevolmente all’affermazione di questa testata nel panorama editoriale calabrese. Negli ultimi anni aveva svolto l’incarico di capo struttura del Vice Presidente della Giunta Regionale, Nicola Adamo.
Giulio era uomo di specchiata dirittura morale, con un rigore che gli era riconosciuto da tutti. Apparteneva a quella schiera di persone che stanno sempre dalla stessa parte e che concepiscono il loro impegno come servizio, in qualunque ruolo sono chiamati.
Fu nella veste di collaboratore di Nicola Adamo che ricevette, nell’ambito della roboante inchiesta Why Not dell’allora PM De Magistris, un avviso di garanzia per una presunta associazione a delinquere insieme allo stesso Nicola Adamo e ad Enza Bruno Bossio.
In verità, in quel settembre del 2006 il Procuratore della Repubblica di Catanzaro, dott. Lombardo, smentì che ad essere raggiunto da avviso di garanzia fosse il Giulio Grandinetti collaboratore di Nicola Adamo, ma un omonimo commercialista di Cosenza che subì anche una minuziosa perquisizione del suo studio e della sua abitazione.
Pochi giorni dopo, Giulio già malato, il Procuratore Lombardo fu smentito da De Magistris che invece individuava proprio nel nostro Giulio l’obiettivo della indagine.
Cos’era successo ? Ai fini di mettere in piedi l’accusa di associazione a delinquere si tirò dentro Giulio Grandinetti senza neppure accorgersi che era la persona sbagliata.
Si parlò della fantomatica Loggia affaristico-massonica di San Marino e si finì per coinvolgere anche Prodi e Mastella, fatto che fu determinante per la caduta dell’allora governo di centrosinistra.
Tutto ciò diede al PM De Magistris una straordinaria proiezione mediatica che lo portò nel 2009 al Parlamento Europeo, in tempo per vedere tutte le sue inchieste sciogliersi come neve al sole, mentre persone perbene venivano additate al publbico ludibrio.
Nel novembre 2009 il GIP archiviò tutte le accuse a carico di Giulio Grandinetti collaboratore di Nicola Adamo per la loro insussistenza, restituendogli, purtroppo postumi, onore e dignità.
Mi sembrava giusto ricordare tutto ciò nell’anniversario della sua morte per riflettere, ancora una volta, su quanto è successo negli ultimi anni di ubriacatura giustizialista.
Nel Vallone di Rovito a Cosenza ripercorrendo la triste vicenda dei fratelli Bandiera
COMUNALI COSENZA: NON SOLO IL SINDACO, SI ELEGGE ANCHE IL CONSIGLIO…
Il 15 maggio andremo a votare per rinnovare Sindaco e Consiglio Comunale della nostra città…L’interesse dei media e dei cittadini è, giustamente, attratto dalla questione dei Sindaci e delle coalizioni e tuttavia il problema di quale Consiglio eleggeremo non è questione trascurabile, anzi.
Da quando esiste il sistema maggioritario (1993) non possiamo non rilevare che la qualità complessiva degli eletti nella nostra città (ma il problema è assolutamente generale) è di molto calata.
Le cause sono diverse: crisi dei partiti, preferenza unica, riduzione del ruolo del Consiglio rispetto a Sindaco e Giunta, impoverimento politico-culturale complessivo della società per cui la rappresentanza che esprime non può che rispecchiarla, ecc..
In particolare la preferenza unica rappresenta un elemento di distorsione, soprattutto a livello amministrativo, dove la caratterizzazione politica appare certamente più sfumata, per cui se si candida il miglior professionista o anche Albert Einstein è quasi certo di non essere eletto e di restare dietro al solito collettore di voti che si aggrega in un gruppo familiare o in un quartiere o in un condominio particolarmente popoloso.
Intendiamoci, non si tratta qui di fare distinzioni di classe o culturali, in democrazia contano i numeri e i consensi, e il voto è la massima espressione della volontà popolare, anche quando il risultato non ci piace.
Tuttavia, non si può non rilevare come questo impoverimento determini una rappresentanza “professionalizzata” al ribasso, con consiglieri che ritengono indifferente l’istanza politica e culturale per la quale si candidano perché al massimo sono espressione di ristrettissimi interessi, delegando la politica al Sindaco con il quale tutto al più intavolano una contrattazione al ribasso per garantire il loro sostegno in Consiglio. Una dissociazione tra politica e rappresentanza che sta creando danni notevoli innanzitutto alla politica.
Lo spettacolo di consiglieri che si candidano ora con uno ora con l’altro schieramento non è solo frutto della vecchia e mai tramontata pratica del trasformismo ma anche del restringimento progressivo della domanda politica dell’elettorato a livello locale, e diciamoci la verità, non fa più neanche scandalo…
Molti, quando discuto di queste cose dicono: “i partiti facciano selezione e non candidino personale politico siffatto”, affermazione giusta, non c’è dubbio, ma irrealistica stante l’attuale sistema elettorale. Quale partito, al fine di concorrere alla vittoria, può rinunciare alla candidatura di questo o quel consigliere che potenzialmente è portatore di un certo numero di preferenze al suo progetto politico ? A maggior ragione come potrebbe farlo un candidato Sindaco ?
Il problema sta, piuttosto, nella necessità che anche nelle assemblee elettive torni la politica, che il Consiglio Comunale diventi davvero il luogo di massima rappresentanza di una comunità e di tutte le sue istanze.
La questione è dunque, nelle mani dei cittadini, nella maturità delle loro scelte, nel comprendere che non eleggono solo un sindaco, non danno il voto solo ad un partito, ma individuano una rappresentanza che deve necessariamente andare al di là degli interessi di famiglia, di quartiere, di condominio.
Saper dire di no al proprio parente, amico, compare, ‘mmasciature, chiedere che chi si sceglie come consigliere sappia rappresentare sicuramente una coalizione e un partito ma anche gli interessi generali della città è la vera sfida anche in queste elezioni. Una sfida aperta…
Malagiustizia, lombrosismo, processo mediatico. Il caso di Ciccio e Tore di Gravina di Puglia
Pubblicato su “Processo Mediatico” marzo 2011 href=”http://www.gabrielepetrone.it/wp-content/uploads/2011/03/Salvatore-Pappalardi.jpg”>
Il tema giustizia è assai controverso e dà spesso origine a scontri epocali tra i cosiddetti giustizialisti e i cosiddetti garantisti.
La presenza di Berlusconi, politico che sulla giustizia spesso proclama un garantismo peloso che egli traduce con richiesta di impunità e l’idea che il consenso lo metta al di sopra delle regole dello Stato di diritto non aiuta una discussione serena, anzi la ideologizza fino all’estremo.
Eppure il problema giustizia in Italia esiste a prescindere da Berlusconi ed è un tema che riguarda i cittadini comuni e non solo i politici e i potenti.
Porterò un esempio concreto per comprenderci, un fatto che non riguarda un politico ma una persona comune, un lavoratore di Gravina di Puglia accusato di una cosa terribile, di aver ucciso i suoi figli, forse lo ricorderete, ne parlarono TV e giornali, una cosa terribile.
Due bambini, Ciccio e Tore, assai vivaci come ce ne sono tanti, come potrebbero essere i nostri figli, appartenenti ad una famiglia di separati in lite fra di loro, ad un contesto familiare difficile, spariscono la sera del 5 giugno del 2006.
Il padre, Filippo Pappalardi, li cerca tutta la notte e la mattina va dai carabinieri a denunciarne la scomparsa e si reca al lavoro.
Le ricerche si sviluppano tutto intorno a Gravina e arrivano fino in Romania nell’ipotesi del rapimento da parte dei soliti “zingari”.
Nel frattempo i due genitori separati cominciano ad accusarsi vicendevolmente di essere responsabili della sparizione dei figli. Comincia la caccia al “mostro” in una comunità che si trova proiettata sulla ribalta televisiva in cui tutti esprimono opinioni a cronisti disponibili a raccogliere qualsiasi voce, qualsiasi congettura.
Perfino il parroco del paese si lascia andare ad analisi da investigatore e invita ad “indagare sulla madre”, che sembra troppo “fredda” e indica persino due piste: “o lei o la malavita”.
La pressione mediatica cresce, le immagini dei due bambini imperversano su giornali e TV, l’Italia è commossa e attonita, si appassiona ad una vicenda di violenza, di degrado familiare, si alimenta nei talk show e nella morbosa ricerca del colpevole, l’ipotesi della sparizione accidentale, dell’allontanamento accidentale o dell’incidente fortuito sparisce, non tira mediaticamente.
Gli inquirenti ne sono travolti, trascurano le ricerche nei posti più ovvii, intanto quelli dove i due ragazzini sono stati visti l’ultima volta, si convincono della tesi del delitto maturato in famiglia. Vengono compiuti scavi attorno alla casa della madre, Rosa Carlucci, perché una segnalazione indica che lì sarebbero stati sepolti i cadaveri dei due bambini. Intanto tutte le TV trasmettono un video in cui si vede il piccolo Francesco ripreso da una telecamera di sorveglianza di una banca del paese la sera della scomparsa.
Il 7 settembre del 2006 Filippo Pappalardi riceve un avviso di garanzia dopo essere stato iscritto nel registro degli indagati per sequestro di persona. Emilio Marzano, procuratore della Repubblica di Bari, riferisce inoltre di perquisizioni e del sequestro a Pappalardi dell’auto, del camion e di alcuni terreni sui quali si stanno svolgendo ricerche accurate con particolari tecnologie.
Spuntano inoltre testimonianze come quella di un bambino, compagno di giochi di Ciccio e Tore, che riferisce che la sera della scomparsa stavano giocando a palloncini d’acqua davanti alla Cattedrale di Gravina e che il padre li avrebbe raggiunti, sgridati e caricati in macchina con lui portandoli via, circostanza sempre negata da Pappalardi.
L’avvocato di Pappalardi, inoltre, annuncia l’intenzione del suo assistito di presentare una formale denuncia contro un dirigente della squadra mobile di Bari, Luigi Liguori, per metodi non ortodossi nella conduzione delle testimonianze di persone informate dei fatti.
Il 24 ottobre 2006 si aggiunge anche la dichiarazione del Sindaco di Gravina che dice che i due bambini sono vivi secondo una fonte che non può rivelare.
Il 27 novembre 2007, dopo ben 17 mesi di indagine, Filippo Pappalardi viene arrestato con l’accusa di sequestro di persona, duplice omicidio volontario aggravato dal vincolo di parentela ed occultamento di cadavere. L’uomo avrebbe ucciso i suoi due figli lo stesso giorno in cui ne aveva denunciato la scomparsa, nascondendo poi accuratamente i loro cadaveri. Pappalardi è inoltre indagato per aver indotto la convivente a rendere dichiarazioni false alla magistratura.
Secondo la ricostruzione fornita dal procuratore della Repubblica presso il tribunale di Bari, Emilio Marzano, Pappalardi non voleva più quei due figli. “Non li sopportava più. La nuova famiglia di Pappalardi, quella formata con Maria Ricupero, era già gravata da altri tre figli, Ciccio e Tore davano fastidio, disobbedivano, mentre Pappalardi voleva che rispettassero le regole”.
L’uomo continua a proclamarsi innocente e a nulla valgono le iniziative del suo difensore tendenti a denunciare non solo la debolezza del movente ma anche di tutto l’impianto investigativo. Resta in carcere, in isolamento.
Il 25 febbraio 2008, a quasi tre mesi dall’arresto del padre e quasi due anni dalla scomparsa dei due bambini, vengono ritrovati i cadaveri nel pozzo di uno stabile abbandonato nel pieno centro di Gravina. Sin dai riscontri e dalle autopsie si delinea con nettezza la dinamica accidentale della morte: i due cadaveri non hanno su di sé segni di violenza a parte le ferite procuratesi nella caduta. La cosa più agghiacciante è che i due avevano avuto una lunga e terribile agonia.
Com’è possibile che a nessuno era venuto in mente di andare a cercare nei pozzi e negli stabili abbandonati, almeno in quelli nelle immediate vicinanze dove i bambini erano stati visti l’ultima volta ? Come si faceva ad ignorare che esistevano posti così pericolosi dove due bambini vivaci potessero cadere ? Come si faceva ad ignorare che lo stesso nome Gravina deriva dalla presenza di crepacci erosi in terreni calcarei ?
Nonostante questi riscontri il povero Filippo Pappalardi rimane in carcere da dove esce solo il 4 aprile 2008. Nel mezzo la Procura resiste attaccandosi al baby-super-testimone: l’ipotesi adesso è che i due bambini sarebbero caduti nel pozzo per sfuggire alla punizione del padre che li cercava e che quindi si configurerebbe quantomeno l’omicidio colposo o l’eccesso di mezzi di correzione o la negligenza grave.
Intanto crolla anche la testimonianza del baby-super-testimone: dice che sin dall’inizio aveva dichiarato di non ricordare se il giorno era proprio quello della scomparsa, ma che loro (gli inquirenti) volevano “cose precise”, erano passati due mesi e noi abbiamo raccontato “quello che avevamo in mente”.
Ma la Procura resiste, nonostante le prove dell’innocenza di Pappalardi si accumulino ora dopo ora. Questi, ancora in carcere, denuncia, “l’avevo detto di cercare lì”, ma la Procura insiste: l’ipotesi dell’incidente è stata scartata sin da subito perché “’l'ipotesi di duplice e contemporanea disgrazia appariva scarsamente probabile dato che, salvo pensare a un crollo che avesse coinvolto entrambi o all’ipotesi di una disgrazia accorsa al secondo che magari tentava di soccorrere il primo (per esempio caduto in un vascone per l’irrigazione), resta il fatto insuperabile che Gravina di Puglia non e’ un comune di alta montagna, con crepacci, burroni e slavine pronti a seppellire per sempre i corpi dei malcapitati” (e allora perché si chiama Gravina ?).
Alla fine il GIP è costretto a prendere atto dell’innocenza del Pappalardi e riconoscere la tesi dell’incidente, nonostante la Procura continui ad insistere e per giustificare le evidenti discrepanze investigative, se la prende con i due poveri genitori, con la gente di Gravina. La dottoressa Romanazzi ne ha per tutti. Dice a pagina 12 della sua ordinanza: “si è profilato sin dalla primissima fase delle indagini, un groviglio di omissioni, reticenze, bugie, indugi, con inevitabili ripercussioni negative sull’attività investigativa”.
Questa vicenda non credo abbia bisogno di commenti: un padre accusato ingiustamente di aver ucciso i propri figli che intanto morivano orribilmente perché nessuno li cercava in quanto tutti si erano appassionati alla tesi dell’orco, una lunga pena detentiva e la pervicacia nel sostenere, anche di fronte all’evidenza dei fatti una tesi accusatoria che non stava in piedi sin dall’inizio soltanto se si fosse lavorato con scrupolo, evitando scorciatoie investigative e la ricerca di facili capri espiatori.
Ma ci dice anche un’altra cosa, che è più terribile, se vogliamo, di tutto il resto: Filippo Pappalardi è stato vittima di uno stereotipo quasi lobrosiano: era il colpevole perfetto, un semianalfabeta con una vita familiare confusa, severo con i figli cresciuti in un ambiente degradato in una piccola comunità del Sud, scorbutico e manesco, magari antipatico a tanti.
Quanti ne conosciamo di persone così ? Quante ne incontriamo ? E sono tutte potenziali assassini ?
Sulla base di questo è stata costruita l’inchiesta, non sulla effettiva rilevazione di reati e di riscontri indiziari.
Contro Pappalardi, non c’era nulla sin dall’inizio, solo questo teorema che, per colpevole faciloneria, per rispondere alla pressione mediatica, per soddisfare la “piazza”, è diventata un’accusa, un’inchiesta e una prova. E’ agghiacciante pensare che, se i corpi di Ciccio e Tore non fossero stati ritrovati Filippo Pappalardi sarebbe ancora in galera oppresso dal dolore per i figli perduti e dall’accusa drammatica di averli uccisi.
Per la cronaca i magistrati protagonisti di tutto ciò sono ancora lì, al loro posto, non essendone stato disposto neanche il trasferimento.
LA MORTE DI GHEDDAFI…
La scena del dittatore ucciso, linciato, violato nella sua umanità nell’atto estremo della morte non è giustizia, è solo vendetta. Uccidere o processare il tiranno quando è ormai sconfitto e senza potere appare come un’operazione ipocrita e un tantino vigliacca, che serve a coprire silenzi e complicità precedenti, a mondare coscienze democratiche per troppo tempo distratte o con gli occhi chiusi di fronte all’assoluta banalità del male. Per questo gioire per la morte di Gheddafi mi sembra un atto barbaro così come barbari sono stati i comportamenti in vita di quell’uomo. Perché alla fine anche quel tiranno era soltanto un uomo, un altro terribile prodotto della crudeltà umana. E per la crudeltà umana vale solo la giustizia e, dopo la morte, solo la pietà.
Guerra umanitaria, guerra giusta o guerra necessaria ?
La questione libica è sfociata nell’azione congiunte delle forze NATO su mandato dell’ONU per colpire le basi del regime di Gheddafi e proteggere le forze ribelli che stavano per soccombere in seguito alla controffensiva del Rais.
Questa azione riapre l’interrogativo classico sull’uso della forza in casi evidenti di violazione dei diritti umani in alcune aree del mondo. Che in Libia ci sia, e non da oggi, un palese caso di violazione dei diritti umani non c’è alcun dubbio. Molti hanno obiettato, giustamente, che Gheddafi massacrava i suoi concittadini anche prima e nessuno, nel civile e democratico mondo occidentale ha avuto nulla da eccepire, anzi. Gheddafi negli ultimi tempi, era diventato il “cocco” di gran parte della diplomazia occidentale, Italia per prima, e di tutti i governi, di destra o sinistra che fossero.
Senza contare che palesi violazioni dei diritti umani si sono verificate in tutto il mondo anche di recente e non per questo l’Occidente democratico ha sentito il dovere di intervenire militarmente.
La storia degli interventi militari nei punti caldi del mondo (Kosovo a parte) è, in verità, stata mossa da motivazioni assai più materiali e prosaiche della giusta volontà di ripristinare la democrazia dove veniva conculcata (controllo delle fonti energetiche, innanzitutto). Paesi poveri e marginali come il Ruanda o il Sudan non hanno suscitato l’intervento militare del democratico Occidente come l’Iraq o la stessa Libia.
Personalmente non amo la guerra, in nessuna sua forma. Non credo che ci siano guerre giuste (se non forse quelle che si “devono fare” per difendersi dalla sopraffazione) e sicuramente non esistono guerre umanitarie (una vera e propria contraddizione in termini). Esistono, tuttavia, guerre più o meno necessarie e l’intervento in Libia certamente lo è.
Lo è per sostenere il processo di democratizzazione del mondo arabo che si è avviato negli ultimi mesi e che non può essere abbandonato a se stesso o, peggio, all’influenza nefasta dell’integralismo islamico. Difendere la democrazia nel mondo arabo significa anche garantire la sicurezza di quello occidentale, problema immigrazione a parte.
Lo è per l’Italia, per i suoi interessi geopolitici, per la necessità che in tutto il Nordafrica si instaurino regimi democratici con i quali il nostro Paese abbia relazioni politiche ed economiche positive e stabili.
Gli interessi economici sono sempre presenti, non c’è dubbio, né può scandalizzarci. Il problema è come questi siano posti in una dimensione globale di coesistenza e cooperazione pacifica senza contare il vecchio principio wilsoniano dell’autodeterminazione dei popoli.
La guerra è uno strumento comunque sbagliato ? Non ho motivo di dissentire ma allo stato attuale non ne vedo altri, sinceramente. Ma è anche vero che il pacifismo assoluto non esiste nelle società umane, se si esclude lo straordinario insegnamento ghandiano o la visione religiosa cristiana.
Nel pacifismo politico tradizionale che abbiamo conosciuto in Occidente, non sono, infatti, meno presenti contraddizioni ed incongruenze. Mi riferisco essenzialmente al tradizionale pacifismo antiamericano e antioccidentale, che giustamente ha manifestato per la guerra in Iraq o in Kossovo e ha taciuto (o ha parlato assai flebilmente) sui missili nordcoreani o sui massacri sudanesi o ruandesi.
Dire no all’intervento ONU in Libia oggi significa tenersi Gheddafi: non mi piaceva prima e mi piace ancora meno ora. Nessun democratico con un minimo di buon senso può oggi sostenere un disimpegno da quell’area, per ragioni ideali e per ragioni pratiche. Di certo i democratici hanno il dovere di chiedere che l’uso della forza sia limitato nel tempo e nell’intensità e che abbia effetti concreti per la stabilizzazione di quel Paese e per dare la possibilità ai libici di scegliersi il proprio destino. Far nulla sarebbe peggio e doppiamente colpevole.
Dopo la giornata di ieri un nuovo Risorgimento è possibile. Grazie Presidente Napolitano
La giornata del 17 marzo si è chiusa con un grande successo popolare. Milioni di persone hanno affollato, in ogni parte d’Italia, le manifestazioni celebrative dei 150 anni del nostro Stato, segno che questa nostra nazione è viva e vuole restare unita, nonostante i suoi enormi problemi ed una classe dirigente che, eufemisticamente, possiamo definire, non all’altezza della situazione.
Anche la nostra città, la civile, democratica, aperta Cosenza, ha fatto la sua parte e devo dire che mi sento orgoglioso, oggi, di questa mia appartenenza plurale, di essere cosentino, calabrese, meridionale e italiano.
Si, perché l’unità in Italia significa anche questo: l’orgoglio di appartenere allo stesso tempo ad una terra, alla sua storia, alla sua cultura e, allo stesso tempo, ad una comunità ampia dove ognuno porta, con altrettanto orgoglio, una parte di sé.
Non era scontato che ciò avvenisse: questa ricorrenza e gli altri appuntamenti che seguiranno nei prossimi mesi, rischiavano di cadere nel disincanto, nella retorica, nell’ostilità aperta di tanti che, in questo nostro Paese spesso così fazioso, così campanilistico, così “rosicature”, non hanno mancato di far sentire la loro voce.
Merito di un grande Presidente, Giorgio Napolitano, l’aver fatto comprendere, però, che al di là di tutti i nostri problemi, l’Italia viene prima di tutto, e che solo se saremo capaci di restare uniti, di affrontarli insieme, riusciremo a vincere le sfide che abbiamo davanti, provando “orrore per la retorica passatista”.
Ciò non toglie che il nostro è un Paese che rimane troppo diviso, innanzitutto tra Nord e Sud, in una politica in cui gli scontri sono spesso pretestuosi ed ideologici e in cui il senso di responsabilità appare, purtroppo, assai raro.
Il Mezzogiorno, nonostante tutti i suoi problemi, le sue paure in un futuro difficile, ha partecipato con passione, ha rivolto ancora una volta allo Stato la sua domanda di essere parte, finalmente, di una grande nazione, a dispetto di tutte le “padanie” immaginabili e immaginarie.
Napolitano ci ha invitato tutti a guardare al futuro con l’orgoglio di appartenere ad un Paese che rimane grande, nonostante tutto, nonostante noi stessi.
Che a richiamarci a questo sia uno degli ultimi sopravvissuti di una grande stagione politica ed istituzionale della nostra storia repubblicana la dice lunga su una classe dirigente che continua a guardarsi l’ombelico e a litigare come i polli di Renzo.
Tuttavia, qualcosa, ieri, è accaduto: gli italiani di ogni regione e di ogni città hanno dimostrato una maturità straordinaria a dispetto di tutti, hanno fatto apparire le chiacchiere dispensate a piene mani da torme di politici, opinionisti, intellettuali “cassa continua” solo un piccolo, impercettibile brusio.
Forse la possibilità di fare di questo 2011 una occasione per un nuovo Risorgimento di questo Paese è davvero a portata di mano. Ed al Sud possiamo essere, ancora una volta, all’avanguardia e, soprattutto, restarci.
Il PD spara in aria a scopo intimidatorio ma il Berlusca non si “intimida”…e allora ?
Parliamoci chiaro, tutta l’iniziativa del PD di questi ultimi mesi rischia di arenarsi di fronte ad una situazione politica tutt’altro che favorevole.
L’8 marzo avremo finito di raccogliere le 10 milioni di firme per chiedere le dimissioni di Berlusconi ma il Cavaliere sembra tutt’altro che intenzionato a mollare, anzi rilancia sui temi della giustizia, della riforma della Costituzione, dell’economia e, nello stesso tempo apre nuovi conflitti istituzionali dagli esiti tutt’altro che scontati. Nel frattempo consolida la sua maggioranza parlamentare con il partito di Fini che si sta letteralmente squagliando come neve al sole.
La proposta di alleanza costituente lanciata in pompa magna da D’Alema e Bersani tra tutte le forze che si oppongono al governo Berlusconi non ha trovato sponda alcuna nei possibili interlocutori, Casini innanzitutto, anzi, per certi aspetti ha accentuato lo stesso smottamento del FLI, i cui parlamentari, compravendita a parte, appaiono ben poco interessati ad un’alleanza con la sinistra ed uno ad uno se ne tornano nel centrodestra berlusconiano che sembra ai loro occhi, nonostante Berlusconi e il bunga bunga, l’unico possibile, al momento, in Italia.
Le stesse azzardate aperture alla Lega portate avanti dal PD con un Bersani disponibile ad assegnare al partito di Bossi la patente di “interlocutore democratico” sulla base della comune conoscenza di quanta carne è necessaria per fare uno spiedino nelle feste di partito, hanno prodotto una vera e propria rivolta nella base del partito (basta guardare i commenti sul sito del PD) e compromesso forse irrimediabilmente le già scarse possibilità di vittoria del centrosinistra al Sud dando ossigeno alle tante (e per certi versi inquietanti) iniziative autonomiste che si stanno organizzando in tutte le regioni del Mezzogiorno.
Poiché è assurdo pensare che si possa andare al voto fino a quando in parlamento esiste una maggioranza a meno che qualcuno non sostenga ipotesi di un golpe di sinistra magari con l’avallo di quel galantuomo di Giorgio Napolitano, è del tutto evidente che la situazione è in pieno stallo.
Siamo ridotti come nella scenetta famosa di Fabrizi poliziotto che, dopo un estenuante inseguimento del ladro Totò dice: “Vieni qui, se no ti sparo” e Totò che risponde: “Non puoi, puoi sparare solo per legittima difesa”. Allora Fabrizi dice: “Sparo un colpo in aria a scopo intimidatorio” e Totò: “Embé ? Io non mi intimido”.
Sarebbe fin troppo facile, a questo punto, recriminare sugli errori, evidenti, che i dirigenti democratici hanno inanellato dall’autunno del 2010 fino ad oggi.
La verità è che da mesi il PD ha rinunciato alla politica, ha definitivamente perso la sua autonomia, consegnandosi ad un gioco di sponda con tutta una serie di forze, dal partito di Repubblica al giustizialismo dei neogiacobini presenti un po’ dovunque e non solo in IDV ma anche in tanta parte del mondo della cultura e del giornalismo che da mesi invocano la spallata.
Invece di guidare un processo politico che potesse determinare il definitivo sfaldamento del governo Berlusconi proponendo innanzitutto alla società italiana ed ai suoi poteri una possibile alternativa democratica di fuoriuscita da questa crisi, sono rimasti incastrati nel gioco dell’invettiva quotidiana sperando nella spallata giudiziaria che, com’è del tutto evidente, rischia di non esserci o almeno di non esserci nei tempi utili per la politica.
Non solo, il PD ora è in balia delle incursioni vendoliane con il rischio di una ripresa lacerante del dibattito tra le sue innumerevoli aree interne che rischia di dilaniarlo definitivamente.
Poiché sono persone intelligenti i dirigenti del PD di tutto ciò si rendono conto: tra di loro, ha ragione Minopoli, saranno in tanti a dire “torniamo alla politica”. Ma per far questo è intanto necessario tornare ad essere autonomi da tutto: dai grandi giornali, dai grandi opinion maker, dalle altre forze politiche, dalla stessa magistratura. Il che non significa essere ostili, ma avere una propria linea, positiva, di cambiamento. Ci riusciranno, ci riusciremo ?
La proposta di Bersani rischia di alimentare un autonomismo straccione e subalterno al Sud…
Il Direttore di Calabria Ora ha stigmatizzato giustamente l’intervista del Segretario del PD Pierluigi Bersani all’organo ufficiale della Lega, la “Padania”, nel quale impegna tutto il PD nel voto del federalismo “purché la Lega stacchi la spina a Berlusconi”. Sinceramente da iscritto e dirigente del PD e da cittadino del Sud considero questa iniziativa un vero e proprio pugno nell’occhio.
Alcuni amici e compagni me l’hanno giustificata come una iniziativa puramente tattica, utile per battere il “nemico del popolo” Berlusconi.
Ora io considero Berlusconi il problema più grande del nostro Paese e spero che al più presto lo si possa rimuovere dal posto che occupa e dal quale sta facendo danni irreparabili alla democrazia.
Nello stesso tempo penso che la sinistra abbia il dovere di proporre all’Italia non solo una nuova alleanza politica elettorale per poterlo battere ma anche un progetto di rilancio e di sviluppo economico, sociale e democratico che sia alternativo a quello proposto dalla destra e dal berlusconismo in questi anni. E una delle componenti fondamentali dell’azione di governo berlusconiana è stata proprio la Lega, la sua irriducibile caratterizzazione egoistica (egoismo dei territori, egoismo economico e sociale, egoismo etnico, antimmigrazione, ecc.).
Il federalismo leghista si presenta ed è un progetto che tende non ad unire i diversi e responsabilizzarli di fronte ad un comune patto nazionale come nel resto del mondo, ma a dividere ciò che, nel bene e nel male è stato unito in questi ultimi 150 anni. A questa impostazione il PD, la più grande forza di centrosinistra del Paese, ha il dovere non solo di opporsi, ma di proporre un progetto alternativo che rilanci nel futuro le radici della nostra storia unitaria e ridisegni in senso federalista (perché no ?) un nuovo patto nazionale capace di far reggere all’Italia intera, al nord come al sud, le sfide di un futuro globale assai incerto e difficile.
Per questo l’iniziativa di Bersani è profondamente sbagliata sia se essa ha una dimensione puramente tattica sia, peggio, se ha invece un respiro strategico.
Questa proposta rischia di avere nel Mezzogiorno un effetto disastroso: perché i meridionali dovrebbero votare PD alle prossime elezioni ? Quelli che hanno già votato Berlusconi saranno portati a fare un ragionamento semplicissimo, teniamoci l’originale e non la fotocopia. Dall’altro lato, quelli che hanno votato il centrosinistra perché dovrebbero continuare a votarlo se intravedono nella proposta nazionale del loro partito una idea di federalismo che li taglia fuori e li considera solo oggetto e non soggetto responsabile di una nuova politica di sviluppo ? Non finiranno, molti di questi, per essere attratti da nuove forze autonomiste che già sorgono un po’ dovunque nel Mezzogiorno e in alcune regioni, vedi la Sicilia, hanno già percentuali di consenso a due cifre ? Con l’aggravante che molte di queste forze autonomiste sono del tutto prive di quella carica sanamente “antagonista” che la Lega Nord, soprattutto ai suoi inizi, aveva e sono piuttosto il frutto del riposizionamento di un vecchio ceto politico nato e cresciuto dentro le maglie dell’assistenzialismo e della mediazione clientelare dei grandi partiti della Prima Repubblica.
Nella proposta di Bersani ci leggo anche un giudizio, la considerazione che il Sud, nella migliore delle ipotesi, debba essere abbandonato a se stesso, la conferma di un cedimento culturale ad una visione puramente emergenziale del Sud, una rinuncia ad una analisi più complessa e articolata a proporre una nuova strada di cambiamento. La negazione stessa di una impostazione riformista che dovrebbe invece essere il pane quotidiano per un partito come il PD.
Non ci si rende conto, ad esempio, che le elezioni negli ultimi anni, le grandi coalizioni nazionali le hanno sempre vinte al Sud dove ci sono stati i voti necessari per garantire il governo dell’intero Paese e dove si è mostrata, con alterne vicende, una certa mobilità elettorale decisiva per dare la vittoria a questo o a quel schieramento.
Il governo Berlusconi-Lega ha operato in questi anni solo per tagli e trasferimenti di risorse al Nord, in nome dei suoi “superiori interessi di “motore economico del Paese.
Publbicato su “Calabria Ora” 18 febbraio 2011
Mi si deve spiegare, come se fossi un bambino di sei anni, cosa c’entra con la “responsabilizzazione del Sud” e il federalismo il taglio dei fondi FAS per pagare le multe UE degli allevatori del Nord.
Mi chiedo, ancora una volta come se fossi un bambino di sei anni, come facciamo a spiegare agli insegnanti precari del Sud ai quali è stata tolta anche la possibilità di emigrare al Nord con il meccanismo delle graduatorie a coda bocciate dalla Consulta e reinserite dalla Lega nel Milleproroghe, che adesso Bossi è un interlocutore, non è razzista, che la sua è una grande forza popolare con la quale dobbiamo dialogare ?
Siamo sicuri, infine, che facendo così cacceremo Berlusconi ? La grande alleanza costituente (che riceve ogni giorno più no che si da parte dei possibili interlocutori) che D’Alema e Bersani avanzano, ha chiarito i termini della sua proposta per il Paese ? Io non riesco a vederla questa proposta e mi considero un lettore assiduo ed un osservatore attento. Se poi vedo che addirittura si guarda alla Lega come possibile interlocutore “democratico”, confesso di provare un po’ di paura, ci vedo una rincorsa alla conquista del potere per il potere, non per fare qualcosa di diverso.
Sansonetti auspica la nascita di una nuova forza meridionalista che punisca i partiti nazionali che si sono alleati contro il Sud. Sono meno ottimista di lui: colgo infatti i rischi di una deriva di ulteriore frammentazione politica e sociale magari anche in nome di un autonomismo che avrebbe ben poco di nobile collocandosi in una dimensione ancora più stracciona e subalterna. Un futuro tutt’altro che roseo e il PD e il centrosinistra non possono e non devono metterci la firma sotto.