La vittoria del PD e lo starnazzare inutile e vacuo
Durante questa campagna elettorale ho subito, insieme a tanti altri militanti, un vero e proprio assalto sui social ma anche per strada, nei bar, nei luoghi dove si svolge la discussione politica, da parte della nuova specie politica comunemente denominata “grillina”.
La promessa di pubblici processi, la divisione manichea tra puri e impuri non è stata soltanto la cifra della campagna elettorale dei leader Grillo e Casaleggio ma ha scatenato una “militanza” forcaiola, rancorosa e trasversale alle classi sociali di migliaia di persone, la cui aggressività (per fortuna prevalentemente solo verbale) si percepiva dappertutto.
Qualcosa che ha assunto spesso tratti “fascisti” e squadristici”, non trovo altri aggettivi per definirli.
La cosa bella è che se lo dicevi in campagna elettorale, denunciavi i tratti illiberali e reazionari di tutto ciò, ne sottolineavi l’evidente carattere antidemocratico e a tratti eversivo potevi star certo che subito subivi un altro assalto, quello della schiera dei rosicatori e benaltristi, specie assai diffusa a sinistra, che ti criticava e derideva per lo sforzo militante di andare a chiedere il voto, di andare ai comizi, di difendere quella comunità che per me e per fortuna tantissimi altri rimane il partito, il mio partito, il nostro partito.
Per costoro avevano sempre ragione coloro che protestano e ti mandano a “fare in c…” , che bisognava capire e interrogarsi, che gli 80 euro sono pochi e non servono, che l’aver abbassato il tetto degli stipendi dei manager è stata solo propaganda come le auto blu e che magari Renzi sarà anche bravo ma il problema è il suo partito che è vecchio, appesantito da correnti e “impresentabili”, bla, bla, bla.
Poi i risultati a valanga, ma invece di tacere gli stessi soggetti oggi ti criticano dicendo: come mai voi che Renzi non lo avete votato ora siete tutti con Renzi, siete opportunisti, senza contare le riflessioni “archeologiche” sulla rinascita della DC, una stupidaggine tanto grossa quanto fuori dalla storia, come se prendere i voti di chi non ti ha mai votato non sia lo scopo fondamentale di un partito ma un peccato mortale, la perdita della purezza delle origini.
Io dico sommessamente che il voto di domenica è stato merito senz’altro di Matteo Renzi, della forza della sua leadership, del suo coraggio nel mettersi in gioco, dell’energia con la quale ha affrontato questi due mesi di governo e per i provvedimenti assunti, della bella campagna elettorale che ha riportato la nostra gente nelle piazze.
Ma è stata anche merito di tutti noi che in quelle piazze ci siamo andati come lui, in quanto segretario del nostro partito (e quindi, sottolineo, di tutti) ci ha chiesto, abbiamo portato i fac simile, abbiamo parlato con le persone, una per una, motivandole ad andare a votare per dare forza al vero messaggio di questa campagna elettorale: la speranza contro la rabbia.
Tutti, quelli che a Renzi lo avevano votato e quelli che invece avevano votato Cuperlo, insieme, come fa appunto un partito.
Come la sconfitta sarebbe stata di tutto il PD oggi la vittoria appartiene a tutti coloro che si sono impegnati per vincere.
Per fortuna il popolo, quello vero e che soffre davvero, non quello dei talk show o dei social network, ci ha dato fiducia, ha voluto scommettere su questa speranza.
A tutti noi, non solo a Renzi, tocca ora essere all’altezza di quella speranza, di quella fiducia. Solo questo conta. Tutto il resto è solo starnazzare inutile e vacuo.
La sconfitta di Grillo
Si dovevano mangiare il mondo…avevano promesso pubblici processi per i nemici del popolo, con loro sarebbe arrivata la palingenesi, la purificazione, loro unici puri e gli altri tutti pattume indifferenziato, per mesi hanno insultato sul web, per strada, nelle e contro le istituzioni. Ora tacciono e dicono che parlano domani. Qualcun altro di fronte al 41 per cento parla di nuova DC e si arrampica sugli specchi di politicismi sconclusionati come tal livido Travaglio o certi radical chic con il porche parcheggiato sotto casa. Noi diciamo loro di non preoccuparsi, il nostro impegno per salvare l’Italia vale per tutti, anche per loro. Domani è un altro giorno.
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L’antica civiltà italica degli Enotri e la vicenda storica di Sibari
Convegno sugli Enotri e la civiltà di Sibari all’IIS Pisani di Paola.
Le relazioni sulle antiche civiltà italiche e magnogreche sono state tenute dal Dirigente Scolastico Prof. Tullio Masneri e dal prof. Luigi Gallo.
A me è toccato l’onere di introdurre e moderare l’incontro.
Gli Enotri erano una popolazione dall’origine misteriosa almeno quanto gli Etruschi.
Secondo alcuni erano autoctoni, secondo altri provenivano dall’ Arcadia, regione della Grecia.
Il significato del loro nome, probabilmente, è “coltivatori della vite”. Purtroppo su di loro si sa poco, quello che ci hanno tramandato i Greci, che chiamarono Italia la Calabria proprio dal nome di un mitico re enotrio, Italo.
Pochi lo sanno, e soprattutto i calabresi non ne hanno sufficiente orgoglio, che il nome Italia fu quello attribuito in origine alla Calabria.
Praticamente fu la Calabria a dare il nome all’Italia, con buona pace, hanno rilevato i relatori, di tanta retorica antimeridionale.
Ripercorrere le vicende storiche di una antica popolazione italica, del loro rapporto con i successivi colonizzatori greci, della vicenda complessa ed interessante della antica città di Sibari che estese la sua egemonia su tutta la Calabria settentrionale e la Lucania è stata, dunque, una occasione di recupero identitario che è riuscita a suscitare l’interesse degli studenti.
Lo studio della storia ha senso se non si limita alla ricerca di anticaglie e di curiosità ma se è in grado di suscitare domande sulle ragioni stesse della nostra esistenza oggi.
Gli alunni dell’IIS “Pisani” hanno avuto modo di conoscere quanto delle antiche tradizioni italiche e greche sono sopravvissute fino ai giorni nostri nella cultura popolare e nel linguaggio.
Hanno percorso le strade dei ritrovamenti archeologici ed a comprendere di quanta storia sono intrisi i nostri territori.
LA RELAZIONE DI MASNERI
A Paola per parlare degli Enotri, quando la Calabria diede il nome all’Italia
Giovedì 15 maggio alle ore 9,30 presso l’IIS “T. Pisani” di Paola seminario su “La civiltà degli Enotri e dei Greci” con Tullio Masneri, Dirigente scolastico che terrà una relazione su “Incontro/scontro tra popolazioni enotrie e coloni greci all’alba della Magna Grecia”, il prof. Luigi Gallo che parlerà su “Greci Italioti e Bruzi circa gli aspetti civili che ancora oggi viviamo”.
A fare gli onori di casa Sandra Grossi, Dirigente scolastico dell’IIS “Pisani”.
L’insostenibile voglia di test
Da almeno un ventennio in Italia abbiamo importato la moda dei test o questionari. Si fa un questionario per tutto: per accedere ad un concorso, per iscriversi all’università, per valutare le capacità di leggere, scrivere e far di conto, perfino per fare la spesa al supermercato.
La moda delle crocette e delle risposte aperte o chiuse, di chiara ispirazione anglosassone, pervade ormai il nostro sistema formativo.
Al fondo di tutto ciò ci sta la convinzione che un test sia un sistema oggettivo di valutazione. La correzione affidata poi ad un computer propaga l’idea di una valutazione che sia quanto di più corretta possibile, in grado davvero di selezionare i migliori e, soprattutto, al riparo dal rischio di raccomandazioni.
I dati ci consegnano, purtroppo una realtà ben diversa.
Innanzitutto la qualità e la preparazione dei selezionati che, pur diminuendo in quantità, nonostante tutto, continua ad abbassarsi, in tutti i settori, come dimostrano le indagini comparate a livello internazionale (soprattutto quelle OCSE). Vale a dire che, ad esempio, per quanto riguarda i laureati ne abbiamo sempre meno e sempre meno preparati.
Stendiamo poi un velo pietoso sulla presunta oggettività affidata alle macchine: la stampa è piena di continue denunce su brogli, magari solo tecnologicamente più sofisticati.
La verità, come può testimoniare qualsiasi insegnante con un minimo di esperienza tra i banchi, è che il test può essere solo uno strumento tra tanti per una valutazione quanto più oggettiva delle capacità e delle competenze di uno studente.
Personalmente mi sono trovato spesso di fronte a ragazzi abilissimi nel rispondere a questionari ed a risolvere esercizi di grammatica e, nello stesso tempo, assolutamente mediocri nel saper scrivere anche brevi brani di senso compiuto o a comprendere semplici articoli di giornale. Al contrario molti ragazzi che nei questionari totalizzavano punteggi insufficienti erano in grado di scrivere in forma corretta e scorrevole, oltre che di leggere e comprendere al fondo il senso di testi anche complessi.
Questo perché valutare le capacità, le conoscenze e le abilità è fatto complesso perché complesso è l’essere umano. Perché il sapere non si acquisisce con le nozioni ma con la capacità di orientarsi criticamente in un mondo in continuo e vertiginoso cambiamento.
Una mondo che non si può racchiudere, per quanto sforzi si possano fare, né in una domanda a risposta multipla né nella memoria di un computer.
Adios, Gabo…
Ci sono autori che segnano la storia della letteratura.
Gabriel Garcia Marquez è stato certamente uno di questi. Il suo nome resterà tra i grandi di tutti i tempi.
Perché Marquez è uno di quegli autori che hanno saputo rappresentare la “magia” tragica e al tempo stesso ironica della storia umana.
Chiunque abbia letto Marquez ha avuto la possibilità di trovare nelle sue opere un pezzo del suo animo, della sua concezione del mondo. E’ questa l’essenza del suo capolavoro Cent’anni di solitudine. E come dimenticare la riflessione poetica sulla solitudine devastante del potere che possiamo leggere ne L’autunno del patriarca ? O il tema della vecchiaia e dell’amore che resiste anche all’usura del tempo magistralmente rappresentato in L’amore ai tempi del colera ?
La letteratura di Gabriel Garcia Marquez resta dunque un pezzo fondamentale della cultura contemporanea, della nostra cultura, della mia cultura.
Ecco perché oggi mi piace salutarlo con le ultime parole del suo romanzo Il generale nel suo labirinto dedicato a Simon Bolivar, il Libertador del continente Sudamericano.
“Allora incrociò le braccia sul petto e cominciò a udire le voci raggianti degli schiavi che cantavano il salve delle sei nei frantoi, e vide dalla finestra il diamante di Venere nel cielo che se ne andava per sempre, le nevi eterne, il rampicante le cui nuove campanule gialle non avrebbe visto fiorire il sabato successivo nella casa sbarrata dal lutto, gli ultimi fulgori della vita che mai più, per i secoli dei secoli, si sarebbe ripetuta”.
Quando c’era Berlinguer…
Dico subito che il film merita di essere visto.
Poi si può discutere sulle interpretazioni da dare sulla ricostruzione che Veltroni fa di alcuni momenti storici della vicenda politica del PCI e del suo leader Enrico Berlinguer. Io, per esempio, ho molte perplessità soprattutto nella ricostruzione del rapporto col PSI di Craxi, sulla scelta di intervistare l’ex leader delle Brigate Rosse Franceschini e di non intervistare anche altri protagonisti di quella stagione come ad esempio Achille Occhetto o Massimo D’Alema che fu Segretario nazionale dei giovani comunisti del PCI berlingueriano.
Diciamo pure che dal punto di vista storiografico il film non mi ha convinto molto. Una riflessione critica e storicamente fondata sul segretario del PCI e su quella stagione credo non sia stata ancora compiuta.
Confesso però che alcune testimonianze ed alcune immagini mi hanno commosso profondamente.
Quella di Giorgio Napolitano, ad esempio, che richiama l’esperienza di Berlinguer e alla fine si commuove quando rievoca quella “comunità” nella quale vissero l’impegno politico. O una lettera inedita nella quale Berlinguer spiegava come l’apoliticità non fosse altro che una forma più o meno esplicita di fascismo alla quale si deve contrapporre la politica che altro non è che l’attività umana più alta e nobile.
Nel sentire poi l’intervista dell’operaio veneto che assistette agli ultimi istanti di vita di Berlinguer nel suo comizio a Padova, non ho potuto fare a meno di pensare come quel bello e musicale dialetto che raccontava di grandi emozioni collettive e nazionali, oggi è usato come paravento ideologico di razzismi da bar dello sport che sproloquiano su secessioni da imporre dalla torretta di un trattore taroccato da carro armato. Un altro segno di come sia cambiato in questi ultimi trent’anni questo nostro Paese.
Tuttavia una speranza mi è rimasta accesa: ho visto il film insieme ad un amico con i nostri figli nati decenni dopo la morte di Berlinguer.
Proprio sulla politica, su quelle piazze stracolme di popolo e bandiere rosse, sulla nostra commozione ci hanno fatto più domande alle quali siamo stati felici di rispondere. Segno che un futuro, forse, è ancora possibile.
La vera differenza
Prendersela con la Mussolini per le colpe (ancora presunte) del marito mi sembra francamente barbaro.
Rimproverarle poi le sue passate posizioni su pedofilia e castrazione chimica mi sembra pleonastico oltre che crudele.
Di cosa la si rimprovera ? Di essere di destra e fascista ? E dove sarebbe la novità o la sua incoerenza visto che l’indagata non è mica lei, anzi, della situazione creata dal marito in qualche modo è lei stessa una vittima.
Né mi interessa fare discorsi sociologici o piscologici su una sessualità maschile che per sopravvivere ha bisogno di nutrirsi di ragazze sempre più giovani o su ragazzine che si prostituiscono per comprarsi l’IPhone o un paio di scarpe firmate.
Che la società di oggi possa generare mostri simili mi sembra, purtroppo, abbastanza frequente e dovremmo prendercela con noi stessi.
Se poi nella fattispecie sono stati commessi reati saranno i giudici a stabilirlo.
Personalmente continuo a pensare che la sessualità è una sfera privata e fino a quando non lede i diritti di persone altre immature o incapaci di poter scegliere consapevolmente, ognuno può fare quello che vuole.
Infine penso che il dolore, anche quando riguarda persone distanti anni luce dalla mia cultura, debba sempre essere rispettato.
La differenza tra destra e sinistra sta tutta qui.
Un’Italia da far rivivere. Giuseppe Zanfini, un Alberto Manzi calabrese.
Come tanti ho seguito la fiction “Non è mai troppo tardi” trasmessa dalla Rai nei giorni scorsi, e devo dire che mi è piaciuta ed a tratti anche commosso.
Non condivido dunque le critiche che le sono state mosse sul suo presunto carattere retorico e sulla circostanza di aver fatto del celebre maestro televisivo un “santino”.
In una Italia come quella di oggi, tanto disincantata, rozza e, lasciatemelo dire, anche tanto ostentatamente ignorante persino nel suo discorso pubblico, ben venga una fiction che parla di figure positive ed esemplari come Alberto Manzi.
Anni fa, agli inizi della mia collaborazione alla Cattedra di Storia della Pedagogia dell’UNICAL, scrissi un saggio dal titolo I pionieri dell’alfabeto con il quale ricostruivo la storia di tanti Alberto Manzi nella nostra Calabria del secondo dopoguerra.
La storia di maestri e maestre (chiamiamoli così, perché non erano solo degli insegnanti ma anche dei grandi educatori), spesso giovani segnati profondamente dall’esperienza terribile della guerra e della fine della dittatura fascista, della distruzione civile e materiale che queste avevano prodotto finanche nelle coscienze della gente comune che scelsero di dedicare tutte le loro energie alla lotta all’analfabetismo che nel Mezzogiorno era una piaga che riguardava quasi il 30% della popolazione (la media nazionale nel 1951 era del 12,9%) e nella sola Calabria si attestava a quasi il 32% (31,83%, oltre il 50% delle donne).
Fu uno sforzo immane, sostenuto dal Ministero della Pubblica Istruzione con i corsi di Scuola Popolare ma anche da tante associazioni benemerite come l’Unione Nazionale per la Lotta contro l’Analfabetismo fondata a Roma dalla pedagogista laica Anna Lorenzetto.
Fu proprio ricostruendo l’azione dell’UNLA che nel 1992 incontrai Giuseppe Zanfini. Lo incontrai nella sua modesta casa di Roggiano Gravina un pomeriggio d’inizio estate e restammo a parlare quasi quattro ore.
Quest’uomo anziano, mentre mi parlava, aveva negli occhi una luce che ancora, a distanza di anni, non riesco a dimenticare. Mi raccontò di quando, appena tornato dalla guerra fu nominato maestro fiduciario per Roggiano. Avrebbe potuto limitarsi a fare il suo dovere recandosi a scuola tutte le mattine per insegnare ai bambini, assai pochi a dire il vero, che riuscivano a frequentarla. E invece tutti i giorni si recava nelle campagne a parlare con le famiglie che non mandavano i propri figli a scuola, a convincerle, più con l’arma della persuasione che con quella della legge sul rispetto dell’obbligo, dell’importanza che i propri figli non rimanessero analfabeti.
Ricorse persino a mezzi singolari, come far interrompere proprio nel momento culminante le proiezioni cinematografiche dell’unica sala roggianese con richiami al dovere di mandare i figli a scuola. Spot a fin di bene, che dopo un uragano di bestemmie, andavano a buon fine.
Ma a Zanfini non bastava. Coglieva quotidianamente il dramma dell’analfabetismo dei suoi concittadini, soprattutto di quelli più poveri come i contadini.
Ne coglieva la diffidenza verso tutto ciò che era scritto, perché la parola scritta spesso per loro aveva significato soltanto il simbolo della loro miseria, della loro emarginazione.
Quando conobbe i dirigenti dell’UNLA ed Anna Lorenzetto, ne divenne il collaboratore più attivo e fondò a Roggiano Gravina un Centro di Cultura Popolare che diventò ben presto il punto di riferimento regionale di questa organizzazione.
I Centri di Cultura Popolare non si limitavano ad insegnare agli adulti a leggere e scrivere ma puntavano al recupero complessivo della persona analfabeta, al suo reinserimento civile e sociale. I Centri sorgevano nelle zone rurali o nei quartieri popolari delle città ed erano dotati di biblioteche, laboratori, perfino campi didattici per insegnare le nuove tecniche agricole. Al loro interno avevano una organizzazione democratica eletta direttamente dai centristi che programmava le attività. Erano, in buona sostanza, degli organismi sociali ai quali, oltre ai maestri dei corsi di scuola popolare incaricati dal Ministero, prestavano volontariamente la loro opera tutti coloro che potevano insegnare qualcosa o semplicemente dare il loro contributo (il medico, l’ostetrica, il parroco, il sindacalista, ecc.).
Per quasi vent’anni i centri di cultura popolare prosperarono in tutta la regione, alfabetizzando decine di migliaia di persone e offrendo loro la possibilità di conquistare quantomeno la licenza elementare o titoli di qualificazione professionale.
I centristi però fecero anche altro, contribuendo alla realizzazione di opere pubbliche di interesse generale attraverso la prestazione volontaria di giornate di lavoro. In questo modo furono risanati quartieri, costruiti edifici, realizzate strade.
Il Centro di Roggiano arrivò ad avere un edificio proprio dotato, cosa assolutamente unica in Calabria, persino di un laboratorio linguistico per la traduzione simultanea.
Delegazioni americane, svizzere e danesi furono coinvolte e chiamate a sostenere questa straordinaria azione di un popolo che si autoeducava.
Giuseppe Zanfini fu uno dei principali protagonisti di questa azione: insieme a lui tanti altri che meriterebbero di essere ricordati adeguatamente, anche al di fuori dell’ambito locale in cui operarono.
Alberto Manzi fu uno di questi uomini che decisero di darsi da fare: a lui toccò la notorietà della nascente televisione. Ma a sconfiggere l’analfabetismo furono in tanti, tra cui i nostri maestri calabresi.
Gente che scelsero, in un momento difficile per la loro terra, di non chiudersi nel semplice esercizio del loro dovere, ma di fare di più ed aiutare un popolo intero a fare di più.
Esempi di un’Italia da far rivivere. Per fare ciò non basta certamente una fiction, ma è pur sempre meglio dello spettacolo rissoso e volgare che spesso ci propina la nostra TV e non solo.
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